Inquinamento digitale: un punto di svolta per le sfide che abbiamo di fronte a noi

Inquinamento digitale: un punto di svolta per le sfide che abbiamo di fronte a noi

Inquinamento digitale: un punto di svolta per le sfide che abbiamo di fronte a noi 606 340 Trendsformative

La crisi sanitaria del 2020 ha accelerato la crescita di due trend mondiali: il ruolo della tecnologia digitale in tutti i settori e la necessità di una maggiore tutela dell’ambiente. Inoltre, gli effetti della crisi hanno messo in luce lo stretto legame che lega i due trend. Da un lato la trasformazione digitale offre soluzioni per ridurre le emissioni di gas a effetto serra, dall’altro le nuove tecnologie alimentano, direttamente o indirettamente, il cambiamento climatico. Di fronte a questa sfida così importante, quali sono le soluzioni per limitare l’impatto ambientale del digitale? E come possiamo agire?

” Stampate questa mail solo se necessario, pensate al pianeta.” Questa frase presente in molte email inviate ogni giorno ci ricorda una percezione del digitale che è stata a lungo condivisa: una soluzione dematerializzata, idonea a limitare la produzione di rifiuti, in particolare di carta. Eppure, sebbene la tecnologia digitale si imponga come uno dei motori della crescita globale, gli studi sull’ambiente continuano ad evidenziare gli effetti dell’inquinamento digitale.

I molteplici impatti ambientali del digitale

” Nel corso della realizzazione di studi che quantificano gli impatti ambientali del digitale, si è cominciato a prendere coscienza dell’impatto ambientale del digitale, afferma Frédéric Bordage, fondatore di Greenit.fr, nel 2004. In uno studio pubblicato nell’ottobre 2019 (‘L’impronta ambientale della tecnologia digitale nel mondo’), si stima che il settore rappresenti il 2% delle emissioni di gas a effetto serra (GHG) nel 2010, il 4 % nel 2020 e, presto, il 5,5 % nel 2025. Ci sono 34 miliardi di smartphone, computer, game console e televisori nel pianeta. E la loro crescita potrebbe essere esponenziale. Frédéric Bordage precisa che il dibattito pubblico, che si concentra sulle emissioni di gas a effetto serra, è distorto: “L’80% degli impatti della tecnologia digitale è legato alla produzione dei dispositivi che utilizziamo (smart phone, televisori, smart watch, ecc.), e in particolare all’estrazione di materie prime (metalli) e alla loro trasformazione in componenti elettronici. Il restante 20% proviene dalla produzione dell’energia elettrica utilizzata dal settore in generale”. Alle emissioni di gas a effetto serra vanno quindi aggiunti gli impatti dell’estrazione e della raffinazione dei metalli, oltre alle problematiche relative all’acqua e all’inquinamento associato all’estrazione dei metalli e alla gestione dei rifiuti.

Altri impatti sono ancora più difficili da quantificare. Françoise Berthoud, ingegnere presso il Centro nazionale francese per la ricerca scientifica (CNRS), sottolinea la necessità di integrare gli effetti indiretti, ad es. l’impatto sull’ambiente di prodotti e servizi favoriti dall’uso del digitale (il moltiplicarsi del traffico internazionale dovuto, ad esempio, alla facilità di accesso alle offerte online). La ricercatrice sottolinea l’importante ruolo del cosiddetto ‘effetto rimbalzo’ della trasformazione digitale. Qualsiasi aumento di efficienza in una determinata tecnologia – apparecchiature, applicazioni o altro – in termini di energia utilizzata, di tempo necessario per un’attività o di spazio occupato nella memoria o fisicamente, genera un nuovo bisogno incrementale. È insito nel nostro modello economico di crescita. Ciò significa che i risparmi di efficienza saranno sempre parzialmente o totalmente controbilanciati. Alla fine, questi progressi in termini di efficienza conducono di fatto ad una riduzione inferiore delle emissioni di gas a effetto serra, o spesso ad un aumento. È quello che chiamiamo ‘effetto rimbalzo’.”

In primo piano: i protagonisti del digitale

Di fronte a questo problema, i diversi stati e le organizzazioni hanno iniziato a mobilitarsi, in particolare l’Unione europea. Con l’introduzione delle direttive – ROHS (Restrizione delle sostanze pericolose nelle apparecchiature elettriche ed elettroniche) nel 2002, ‘Batterie’ nel 2006 e ‘Ecodesign’ nel 2009 – l’UE ha cercato di fornire un quadro normativo per il settore. In Francia, il legislatore ha l’obiettivo di mettere i principali attori del settore di fronte alle loro responsabilità, ed è attualmente all’esame del Parlamento una legge volta a ridurre l’impronta ambientale del settore digitale.

Ma la sfida è colossale: in prima linea, si trovano inevitabilmente i potenti GAFAM (Google, Apple, Facebook, Amazon e Microsoft). Tutti si presentano come difensori dell’ambiente e annunciano obiettivi – e talvolta risultati – impressionanti. Tra i più recenti, l’alimentazione dei data center di Apple esclusivamente attraverso energie rinnovabili, “che non sono sempre efficienti dal punto di vista ambientale” sostiene Frédéric Bordage  e la creazione da parte di Amazon di un fondo per l’ambiente di 10 miliardi di euro o ancora la dichiarazione di Microsoft in merito all’impronta di carbonio neutrale dal 2012, con la promessa di raggiungere un’impronta di carbonio negativa entro il 2030.

Ma di fronte a questi annunci gli esperti sollevano spesso dei dubbi. La strategia dei giganti della rete consisterebbe nel limitare i danni intervenendo sulle loro attività dirette (i loro data center per esempio), evitando di integrare l’intera catena del valore, dai subappaltatori ai consumatori. “I principali player digitali condividono una narrativa che li presenta come sostenitori dell’ambiente”, secondo Frédéric Bordage. “Ma è tutto piuttosto superficiale, per non dire schizofrenico, perché continuano ancora ad adottare caratteristiche, ad esempio di design, che spingono ad un consumo eccessivo dei loro servizi.”

L’indispensabile sobrietà del digitale

Questo è il nocciolo della questione: l’inquinamento digitale aumenterà fino a quando la vendita di dispositivi continuerà a crescere. L’83% dei loro gas serra sono prodotti durante la fase di produzione, solo il 17% durante il loro utilizzo. “La domanda è generata dall’offerta, che a sua volta è spinta dal bisogno di crescita”, sostiene Françoise Berthoud. Allora, cosa fare? “Mantenere i dispositivi più a lungo nel tempo, creare servizi digitali che hanno un impatto minore sull’ambiente, trattare correttamente i rifiuti alla fine del ciclo di vita… Ma non esiste una soluzione semplice e radicale. E soprattutto, teniamo sempre presente che il problema richiede una soluzione sistemica, che va ben oltre la questione della tecnologia digitale.”

Il cambiamento nei comportamenti dei consumatori comporta l’allungamento della durata della vita dei prodotti. Consapevoli della situazione, le associazioni ambientaliste sono particolarmente attive in materia. Così negli Stati Uniti, in Israele e in Francia, il gruppo Apple è stato citato in giudizio per obsolescenza programmata, a seguito delle rivelazioni sul rallentamento di iPhone 6, 6S, SE e 7 dopo l’aggiornamento del loro sistema operativo. In Francia, dove l’obsolescenza programmata è un reato dal 2015, l’autorità per la concorrenza, la tutela dei consumatori e la lotta contro le frodi (DGCCRF) ha condannato il gruppo ad una multa di 25 milioni di euro il 7 febbraio 2020. Un mese dopo, negli Stati Uniti, Apple ha fatto le sue scuse e ha accettato di pagare 500 milioni di dollari ai proprietari di iPhone americani che accusavano l’azienda di rallentare i loro dispositivi1.

Ma c’è ancora un aspetto da considerare. Al di là degli impatti ambientali, la tecnologia digitale è una risorsa critica e non rinnovabile che si esaurisce rapidamente. Frédéric Bordage sottolinea la natura non rinnovabile delle materie prime necessarie alla fabbricazione non solo dei dispositivi elettronici, ma anche dei veicoli elettrici ad energia rinnovabile. “Quando abbiamo coniato l’espressione ‘sobrietà digitale’, l’obiettivo era quello di rendere le persone consapevoli della necessità di gestire meglio questa risorsa, per poter fare del digitale uno strumento di resilienza, e immaginare una tecnologia digitale più al servizio dell’umanità”, ricorda il ricercatore. “La buona notizia è che dal momento che l’80% degli impatti riguardano le persone, possiamo agire oggi, utilizzando il nostro potere d’acquisto.” E incoraggiare così i principali player economici a continuare a muoversi nella giusta direzione. In assenza di una bacchetta magica, è solo facendo passi avanti concreti che possiamo rispondere alla grande sfida che abbiamo di fronte a noi.

Nota –
1. https://www.reuters.com
/article/us-apple-iphones-settlement-idUKKBN20P2E7?edition-redirect=uk